Home page
Ritorna al menu Critica
Andrea Diprè - Critico d’Arte




So che la fortuna di un artista dipende in gran parte dalla bontà dei suoi mercanti; un critico può essere indifferente alla fortuna ma non alla qualità: e questa, nel caso di Paolo Caloi, è certa, evidentissima.
Egli è un pittore figurativo di fervida inventiva che dedica la sua operosità ad un'arte umana, troppo umana, vibrante, vera. Il suo realismo non riguarda tanto le cose o i particolari, perché ciò che interessa a questo sensibilissimo artista di San Giovanni Lupatoto non è dipingere l’aspetto degli oggetti, l’apparenza dei volti, ma il respiro, il calore, gli umori. Per Caloi la pittura deve essere un equivalente fisico della natura, non un esercizio del disegno o un libero movimento del colore; ma un organismo vivo, reattivo, in grado di pensare. Le sue figure non sono inconsistenti, incorporee, sono “sognate” nella pittura, sono ridotte all’essenziale, al luogo più vicino all’anima, senza maschere e finzioni, quasi appartenessero ad un universo parallelo, ma perfettamente plausibile, sostanziato di luce, di anima e di racconto.
In ogni sua opera è soprattutto il lavorio netto e senza ripensamenti del pennello a mettere in luce la partitura musicale di un repertorio a metà fra lo storico e l’immaginoso e disciplinato da una capacità innata di affrontare qualunque tema senza incertezze, e di far vibrare l’impasto pittorico in ritmi morbidi e armonici. La sua ricerca espressiva interpreta, non tanto i dati visivi delle figure e dei paesaggi, quanto le intermittenze dei sentimenti che guidano la sua intuizione lirica e la sua coscienza estetica. Il suo modo di esaltare il paesaggio, sul quale egli opera con particolare felicità, celebra le bellezze del cielo e della terra, trasmettendo il senso di un inno alla vita. La sua trascrizione della realtà non si fonda infatti sull’oggettivazione del visibile, ma sulla soggettività poetica del sognatore, anche quando la sua attenzione si concentra su temi che attengono più all’incubo che al sogno, alla maledizione più che alla serenità. Ma la storia di Paolo Caloi è lì, in una infilata straziante di immagini annodate in un groppo di voyeurismo, di disperazione, di coraggio, di tenerezza, di generosità, di voglia di vivere e voglia di morire; tutto questo è lì, in un dolcissimo grumo del quale la storia dell’arte non potrà sbarazzarsi, e che dovrà anzi accettare fra i propri capitoli più alti, liberandosi dai complessi che i mediocri proiettano su chi è più grande di loro. Il carisma che l’artista trasmette al nostro tempo risiede tutto nella sua generosità; una forza così geneticamente benigna da essere inevitabilmente travolta dalle potenze maligne che si annidano in questo mondo.
Qual è, infatti, la scommessa di Paolo Caloi? Dimostrare, addossando all’arte compiti ardui anche per le religioni, che il mondo non può migliorare (perché è sempre lo stesso: le sue leggi restano diffusamente inique e chi fissa gli occhi sulla verità, per svelarne le manifestazioni visibili, guarda un sole che porta ben presto all’annientamento) e che solo la pittura può esprimere l’essenza della realtà, aiutando con ciò l’uomo a riscattarsi nella vita terrena: solo con la pittura, per l’artista, è possibile svelare il mistero che tiene in vita ancora per un po’, malgrado le fratture, e le infamie di un mondo che torna a essere, inevitabilmente, la fogna che era prima. La qualità estetica e lo spessore psicologico che Caloi riesce sempre e comunque a conferire alle sue opere, agiscono da tessuto connettivo e come segno di continuità tra le tematiche affrontate nella sua prodigiosa attività. Per altro, ognuna delle sue prove si caratterizza come un racconto compiuto, dove gli elementi strutturali che ne definiscono l’impianto narrativo producono l’immediato coinvolgimento emotivo dell’ osservatore e, nel contempo, un senso appagante di completezza.

Andrea Diprè - Critico d’Arte